Poetry

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martedì 10 aprile 2012

WALDEN



“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa avesse da insegnarmi, e per non scoprire in punto di morte che non ero vissuto” (…) “Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa…”
Chiunque abbia amato in età adolescenziale il famoso film in cui il professor Keatings sprona i suoi studenti a cogliere l’attimo fuggente della vita, non potrà scampare a un sussulto del cuore nel riascoltare gli echi di queste parole: Walden, ovvero vita nei boschi è un’opera suggestiva e lirica come una profezia. Henry Thoreau nel 1845 lasciava la sua casa natale per trascorrere due anni nei boschi, scegliendo di vivere in estrema semplicità in una capanna vicino al lago di Walden. Una scelta estrema, sociale e politica insieme, che esalta la frugalità e lo studio della natura e dell’uomo, a dispetto di qualsiasi progresso tecnologico; una scelta scomoda, di “disobbedienza civile”, che intuisce con potenza visionaria l’essenza maligna della futura società dei consumi e della produzione di massa.
Sfuggire alla realtà omologata è possibile solo imboccando un cammino a ritroso, lungo le tracce che riconsegnano l’uomo alle sue origini naturali, alla ricerca di un alfabeto perduto che lo restituisca al significato della realtà che sta dentro alle cose e al socratico monito “conosci te stesso”.
Le parole di Thoreau, a più di un secolo e mezzo di distanza temporale, risuonano come un tamburo ancestrale dentro di ognuno di noi. Basta isolarsi dal rumore della civiltà e fare silenzio, per sentirle ancora sussurrare: “Datemi la verità, invece che amore, danaro o fama. Sedetti a una tavola imbandita di cibo ricco, vino abbondante e servi ossequiosi, ma alla quale mancavano la sincerità e la verità; partii affamato da quel desco inospitale. L’ospitalità era fredda come i gelati”.